Ci sono storie che sanno di pane appena sfornato, di passione impastata con l’ingegno, di radici ben piantate nella tradizione ma capaci di guardare lontano. È il caso della Pinsa Romana, che da oggi entra ufficialmente nell’empireo dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali (PAT) del Lazio, grazie al Decreto Ministeriale dell’11 marzo 2025. Ma dietro questa certificazione – che ha il sapore della storia e il profumo del riscatto culturale – c’è molto più di una semplice ricetta.
C’è l’intuizione geniale di Corrado Di Marco, il creatore della Pinsa, che nel 2001 ha rivoluzionato il mondo della panificazione, e c’è l’energia contemporanea del figlio Alberto Di Marco, oggi CEO dell’azienda, che ha saputo portare questo prodotto in giro per il mondo, con visione e coraggio.
In esclusiva per Fashion News Magazine, ho avuto il piacere di intervistare i protagonisti di questa straordinaria avventura imprenditoriale, che racconta molto più del successo di un impasto: racconta un sogno ben lievitato, che oggi si fa patrimonio culturale d’Italia.
Intervista a Corrado e Alberto Di Marco
Corrado, torniamo al 2001: cosa ricorda di quei primi esperimenti nel laboratorio alle porte di Roma? Come è nato, davvero, l’impasto che oggi il mondo chiama Pinsa Romana?
Già da molti anni prima, erano gli anni ’70, abbiamo iniziato con il supporto di mia moglie Benny (biologa nutrizionista), a lavorare su un impasto diverso, partendo da un’idea chiara: creare un prodotto più leggero, digeribile e distintivo rispetto alla pizza tradizionale. In laboratorio abbiamo fatto molti test – migliaia di prove di mix e lievitazioni naturali – , soprattutto con farine alternative come riso, soia e frumento, combinandole con il lievito madre e un’alta idratazione. Un elemento fondamentale che abbiamo compreso nel tempo è stato il valore della lunga fermentazione: arrivare a 72 ore di lievitazione ha fatto davvero la differenza. Ogni prova ci avvicinava un po’ di più al risultato desiderato. La Pinsa Romana è nata così nel 2001: da passione, studio e un’intuizione che univa tradizione e innovazione.

Alberto, oggi siete entrati ufficialmente tra i PAT del Lazio. Che significato ha questo riconoscimento per voi? È una consacrazione o un nuovo inizio?
Il riconoscimento come Prodotto Agroalimentare Tradizionale del Lazio è per noi un passaggio importante, che conferma il valore di un percorso iniziato più di venticinque anni fa. Non è solo un attestato formale, ma un riconoscimento istituzionale che dà ancora più forza al lavoro svolto, alle scelte tecniche che abbiamo fatto e alla coerenza con cui abbiamo portato avanti la nostra visione. Allo stesso tempo, lo consideriamo un punto di partenza: non cambia solo il modo in cui il prodotto viene percepito all’esterno, ma anche il livello di responsabilità che sentiamo verso il consumatore, verso il mercato e verso il territorio. Tutelare la vera identità della Pinsa Romana significa continuare a garantire standard qualitativi alti, promuovere una formazione accurata per chi la produce e vigilare sul corretto utilizzo del nome e delle tecniche. Il rischio di imitazioni o di banalizzazioni è reale, soprattutto in un momento in cui il prodotto sta ottenendo visibilità internazionale. Per questo il nostro impegno prosegue con ancora più determinazione: dalla ricerca sull’impasto e sugli ingredienti alla comunicazione chiara e trasparente, passando per attività di sensibilizzazione e confronto con le istituzioni. Questo riconoscimento non ci fa abbassare la guardia, anzi: ci spinge a fare ancora meglio. E sempre producendo dove la pinsa è nata 25 anni fa: nel Lazio.

Corrado, oggi si parla tanto di “gusto italiano”: cosa rende la Pinsa Romana inimitabile nel mondo?
La Pinsa è riconoscibile subito, anche a occhi chiusi. La croccantezza fuori e la morbidezza dentro, il profumo unico dato dal mix di farine, la digeribilità estrema. La sua alta digeribilità è uno degli aspetti più apprezzati, frutto di un impasto ben bilanciato e di una lavorazione accurata. Non si tratta di una variante della pizza, ma di un prodotto con specifiche tecniche proprie e una lavorazione diversa. È un formato che nasce a Roma, ma che oggi può essere proposto ovunque mantenendo le sue caratteristiche, se rispettati metodi e ingredienti. Una curiosità per i nostri lettori: qual è la vostra ricetta del cuore con la Pinsa?
Alberto: Prediligo condimenti “non tradizionali”; che esaltano il gusto della pasta, per esempio, mandare in cottura la pinsa con solo sale e olio e poi condirla con stracciatella, alici, pomodorini confit e un filo di olio evo
Corrado: La marinara “alla Corrado”. Una base di pomodoro steso sopra la pinsa, condito con aglio e un mix di originano e rosmarino. Un giro d’olio finale. Semplice ma gustosa.

Alberto, il futuro della Pinsa Romana? Come si tutela, oggi, un’invenzione tutta italiana dal rischio di imitazioni e banalizzazioni globali?
Stiamo lavorando su più fronti: disciplinari di produzione, marchi registrati, formazione professionale. Il nostro obiettivo è garantire che la vera Pinsa Romana resti riconoscibile e autentica. Non ci interessa solo il successo commerciale: vogliamo che chi la assaggia riconosca in ogni morso una storia vera, italiana, fatta di passione e serietà.

Una chiacchierata autentica e lievitata al punto giusto, proprio come la Pinsa. Grazie Corrado, grazie Alberto: avete scritto una pagina importante della nostra cultura gastronomica, e noi siamo orgogliosi di raccontarla.






