Il cortometraggio “L’imbarcadero”

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Fashion News Magazine- Davide Brogno e Marco Caputo-L'imbarcadero

Di Denise Ubbriaco

Il cortometraggio “L’imbarcadero”

L’imbarcadero: il cortometraggio realizzato da Davide Imbrogno e Marco Caputo

Ci sono delle ombre rosse laggiù che ci fanno sentire come fuggitivi dentro notti di pioggia. Questa indifferenza sembra un’esaltazione alla curiosità. Le ombre stanno calando, avverto il peso di un tempo, sempre più distante, sempre più vicino allo stupore. Parole smarrite come un sentiero di montagna poco conosciuto. La memoria lontana è un soldato d’inverno su un campo di battaglia. Ci rialzeremo? Sapremo scorgere oltre la nebbia? Laggiù: una luce incontaminata, oltre questo tempo, oltre questo sentire. Oltre l’ordine di tutte le cose. Il tutto contenuto nel tutto, e noi al di là del confine, oltre il distacco paradossale, oltre le lacrime che diventano umidità. Come invisibili segreti non svelati, fiori appassiti provenienti da una terra arida, come cenere… dispersa nel vento, sotto un cielo rosso.”

Questo è il meraviglioso monologo tratto dal cortometraggio “L’imbarcadero”, realizzato da Davide Imbrogno e Marco Caputo.  Un cast d’eccezione che vanta la partecipazione del celebre attore Tony Sperandeo, del musicista e produttore discografico australiano Hugo Race, di Giovanni Turco ed Annamaria Malipiero, volto della TV italiana e della fiction. Da questo progetto emergono tutta la passione e l’amore per il proprio lavoro e per la propria terra. Per saperne di più, ho avuto il piacere di intervistarli.

Come promesso, dopo poco più di un anno dalla presentazione del cortometraggio “L’attesa”, è stato proposto al grande pubblico un nuovo e straordinario progetto: “L’imbarcadero”. Come e quando è nata l’idea di scrivere la sceneggiatura?

Davide:L’idea nasce più di un anno fa, mentre mi trovavo tra i monti della Sila. In quel periodo stavo scrivendo un racconto, ambientato in un “non-luogo” di montagna, un posto senza nome. M’interessava poter scrivere un racconto intimo dalle ambientazioni, in alcuni tratti, da western pastorale. Quel racconto è stata l’idea di base di questo film. Ne parlai subito con Marco. Entrambi eravamo affascinati dall’idea di ambientare una nostra storia tra i monti della Sila, in quelle zone più selvagge. L’idea di quel racconto che pochi mesi dopo si è trasformata in sceneggiatura, ci sembrava giusta, adeguata.

Racconta ai nostri lettori cosa ti ha spinto a scrivere “L’imbarcadero”.  

Davide:Senza dubbio, sentivo l’esigenza di scrivere una storia su un personaggio che, ad un punto della propria vita, viene richiamato dal passato, da un padre che non vede da anni. Ciò rappresenta la spinta motivazionale per affrontare un viaggio con se stesso. Il luogo di montagna nel quale si ritrova è una metafora della propria vita. Il suo sentirsi smarrito, la necessità di ritrovarsi è speculare al personaggio di suo padre, interpretato da Tony Sperandeo, un ghostwriter, ovvero uno scrittore fantasma. Un uomo che ha sempre vissuto come un fantasma fin quando, un giorno, ha avuto quasi la consapevolezza di esserlo diventato, così decide di rifugiarsi in questo posto sperduto. Si potrebbe definire un luogo magico se, con il termine magia, identifichiamo tutto ciò che non riusciamo a spiegare o a descrivere. Questa è la storia di un incontro tra un padre ed un figlio, una storia sulla loro necessità di riascoltarsi a vicenda, contemplando il silenzio, ma è anche la storia di una solitudine, di quella necessità che si avverte quando ci si vuole riappropriare della propria esistenza, quando ci si ritrova in un punto della propria vita privi di una direzione, in una sorta di limbo, in una linea d’ombra.”

Quale messaggio hai voluto lanciare con la realizzazione di questo film?

Davide: “Ognuno trova il proprio senso. Non credo ai messaggi oggettivi che provengono dal cinema, dalla letteratura o dall’arte in generale. Ogni spettatore interpreta a suo modo la trama e le immagini. Ogni volta che abbiamo realizzato qualcosa, sentire il parere della gente, mi ha fatto capire quanto ognuno ti possa dare. Interpretazioni diverse, contrastanti. A volte lo spettatore trova dei significati estranei persino all’autore.

Ogni progetto rappresenta una sfida. Quali sono state le difficoltà che avete riscontrato con il tuo staff nel girare quest’ultimo lavoro?

Marco:Sicuramente le difficoltà sono molteplici come la mancanza di mezzi e di un ampio staff, ma il bello è proprio questo. E’ una sfida perpetua. La nostra era una piccola troupe, fatta da ragazzi che credono in ciò che fanno e, giorno dopo giorno, ci hanno dimostrato grandissima volontà, forza e tenacia. “L’Imbarcadero” è un film di finzione girato come un documentario che ci ha permesso di esplorare la realtà delle emozioni. Non dico che l’approccio è migliore rispetto al modo in cui si prepara e gira un film hollywoodiano. E’ semplicemente diverso. Per me è stato un modo molto interessante di lavorare. In un certo senso, mi sono sentito più come un fotografo di scena che un regista ed è stato davvero liberatorio. Nel cinema convenzionale si organizza tutto nei minimi dettagli in modo da poter controllare la situazione ed eliminare eventuali sorprese. Ne “L’Imbarcadero” è stato il contrario. Abbiamo utilizzato la luce vera. Il sole, il vento, la pioggia ed altri elementi che sono diventati parte della storia.”

Quanto tempo sono durate le riprese?

Marco: “Le riprese sono durate otto giorni. Giorni in cui ci siamo completamente immersi in questa storia e ognuno cercava di dare il giusto contributo per realizzarla. La chiave è stata quella di reagire rapidamente ad un momento inaspettato o estemporaneo nella recitazione o nel tempo. Otto giorni in cui tutti eravamo alla ricerca di quei momenti effimeri, casuali. Momenti che, a mio parere, rappresentano ciò che caratterizza il film. Ripenso al protagonista su una diga, alla pioggia di un momento drammatico ed al sole liberatorio. Abbiamo voluto mostrare le cose che accadevano e catturarle prima che scomparissero. Penso che questa sia una forma di cinema che si collega direttamente al contenuto della storia. A volte la macchina da presa era molto vicina agli attori, un po’ come un voyeur.”

Dov’è stato ambientato il film? A cosa è dovuta la scelta di questa location?

Marco: Questa produzione ha avuto come scopo la promozione della Calabria, terra ricca di bellezze naturali, di potenzialità e di risorse. E’ la Calabria che non ti aspetti, o che molti non conoscono. La Calabria è piena di storia, tradizioni, bellezze paesaggistiche, naturali, archeologiche: un mix di elementi in grado di rendere questo posto tra i più variopinti ed accattivanti in Italia. Guardando il film, spero che lo spettatore resti inghiottito dai luoghi, come se fosse lui stesso a calcare i passi del protagonista che corre, che osserva un panorama della meravigliosa Sila, che varca la porta di una casa.”

Un cast molto interessante. C’è qualche aneddoto che vuoi raccontarci a tal proposito?

Davide: “Risale a prima ancora che iniziassero le riprese. Eravamo ancora in fase di pre-produzione, non sapevamo chi fossero i protagonisti. Qualche giorno prima, avevamo contattato l’agente di Tony Sperandeo per proporgli il film, inviandogli la sceneggiatura. Ricordo la prima volta che chiamai Sperandeo, ancora non aveva letto nulla e mi sembrava un pò diffidente (parecchio diffidente!). Qualche giorno dopo, nella notte, sarà stata l’una, mi arriva un sms. Era lui che mi chiedeva se poteva telefonarmi a quell’ora della notte, perchè aveva appena finito di leggere la sceneggiatura e voleva parlarmi. Sembrava la scena di un film. Ricordo che lo chiamai immediatamente, dall’altra parte del telefono non c’era uno dei più grandi caratteristi del cinema italiano, bensì una persona di un’umanità estrema. Mi disse quanto aveva apprezzato la sceneggiatura e di come si sentisse legato a quei dialoghi, a quel personaggio. Restammo un’ora al telefono. Sperandeo iniziò a provare la parte, la leggeva, la recitava con diversi toni. E’ inutile dirlo, in quell’istante pensai al fatto che, dall’altra parte del telefono, c’era un’icona del cinema italiano, uno di quegli attori che hanno accompagnato la mia infanzia. Mi sono ritrovato con le lacrime agli occhi improvvisamente. Credo sia stato un momento molto vero, sincero, di quelli che restano.”

Fashion News Magazine- L'imbarcadero

Cosa rimane dopo aver girato un film ed, in particolare, cosa ti è rimasto impresso nel cuore dopo la fine delle riprese de “L’imbarcadero”?

Marco:Sicuramente le emozioni. Ti faccio un esempio. La fotografia non è stata utilizzata per illustrare il dialogo o una performance, ma per catturare le emozioni in modo tale che il film rappresenti “un’esperienza”. E’ stato pensato e girato per innescare vibrazioni, come un profumo. Ciò che mi resta sono tutte le emozioni che abbiamo vissuto giorno dopo giorno, ognuna di esse è un profumo che avverto. Mi rimangono le scene, le interpretazioni degli attori, la luce naturale che cambiava e ci avvolgeva come una danzatrice di fado. Mi sono rimaste le chiacchiere, le risate che avvenivano la sera a fine ripresa tutti insieme davanti un bicchiere di vino. In particolare, mi è rimasta la bellezza della nostra terra, lo scoprire quei posti nelle diverse ore del giorno, l’alba ed i tramonti che ci hanno trasmesso l’incanto.”

Il film è stato prodotto da Biafora. Com’è nata questa collaborazione?

Davide: “Oltre ad essere gli autori e film-maker, ci occupiamo di comunicazione avendo un’agenzia pubblicitaria. Abbiamo intrapreso da anni una collaborazione con i Biafora, curando il loro brand a 360°. Essendo questa storia ambientata in una montagna, abbiamo proposto loro l’idea di ambientarla in Sila, per far si che questo corto, non fosse solo un prodotto cinematografico, ma anche un modo non convenzionale di marketing territoriale. I Biafora, che operano da anni nel territorio silano, hanno creduto in questa strategia, volendo essere i promotori, attraverso il loro brand, di una Calabria che crede nelle proprie risorse. Hanno voluto seguire l’esempio di grandi aziende che in passato hanno investito in progetti simili, dandoci la piena libertà di espressione e, soprattutto, senza pretendere l’inserimento di un piano di product placement.”

Fashion News Magazine- Biafora

Quanto è importante, nella realtà territoriale calabrese, che un imprenditore investa in progetti di questo tipo?

Marco: “Fondamentale! Non abbiamo mai preso soldi pubblici, mai partecipato a bandi di concorso. Abbiamo sempre cercato persone che credessero nei nostri progetti. Abbiamo ricercato la fiducia altrui. Se ogni imprenditore che opera nel proprio territorio, non mi riferisco solo a quello calabrese, decidesse di investire nelle risorse che lo circondano, promuovendole, credo che potremmo ammirare molte opere, progetti, e tanto altro. Questo significa dare la possibilità ai giovani di credere nel proprio lavoro e nelle proprie idee, facendo in modo che tali idee diventino realtà. Non parlo solo di cinema. Quindi, la lungimiranza di un imprenditore o di colui che possiede le possibilità di investimento, è fondamentale per sganciarci dalle solite logiche politiche.”

Un tuo parere riguardo alla situazione attuale del cinema italiano? 

Marco: “Mi sembra davvero buona. Dopo un periodo di crisi, abbiamo rivisto una crescita del cinema italiano. Esempio principale è l’Oscar di Sorrentino. Negli ultimi anni, ci sono state ottime produzioni e ottimi film. Mi auguro che l’Italia possa ritornare ad essere quella di Cinecittà con produzioni che hanno fatto la storia del cinema, non solo italiano.

Un anno carico di sogni speranze, soddisfazioni, conquiste, sacrifici e crescita. Qual è il bilancio?

Marco:E’ stato un anno carico di soddisfazioni. Nei diversi lavori che abbiamo svolto sia quelli commerciali che “artistici”. Un bilancio molto positivo che ci spinge ad andare avanti.”

Quali sono le nuove aspettative?

Davide:Parteciperemo ad un pò di concorsi con “L’imbarcadero”, con l’intento di far vedere a più persone possibili il nostro lavoro. Le aspettative sono quelle di continuare il nostro lavoro e cercare di migliorarci sempre.”

Fashion News Magazine- Davide Brogno e Marco Caputo

Il duo Imbrogno – Caputo è, ormai, consolidato. Tanta strada insieme, tanti lavori e tanto successo. Progetti futuri?

Davide: “Essendo questo il nostro mestiere, lavoriamo quotidianamente su progetti di comunicazione, come i vari spot pubblicitari che realizziamo. Per quanto riguarda l’aspetto cinematografico, avremmo in mente un’idea, ancora non sappiamo come concretizzarla e se renderla un nuovo cortometraggio o, magari, avere la possibilità di farne un lungo, quindi senza avere la limitazione del tempo di durata. Sicuramente, un progetto futuro c’è ed è quello di continuare. Facendo, da buoni meridionali, gli scongiuri!

11/01/2015