Le nuove fibre tessili biologiche

Per una corretta scelta nell’uso delle fibre nella moda, ecco i nostri consigli.
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La creatività e l’innovazione toccano da sempre il settore tessile, dove i designer di moda sono attenti alle tendenze d’avanguardia. Avendo a cuore la salute del pianeta che ci permette di vivere, la moda cerca soluzioni sostenibili per evitare sprechi d’acqua e sostanze inquinanti. Nasce così il rinnovato bisogno di attingere in primo luogo alla natura per produrre fibre tessili biologiche. Tali fibre sono di origine naturale, e grazie ai loro processi produttivi favoriscono le economie locali rispettando l’ambiente. Eccovi dei suggerimenti per orientarvi al meglio nella scelta delle nuove fibre tessili biologiche.

Fibre tessili da scarti di mele e di vino

In Trentino Alto Adige, gli scarti di bucce e torsoli di mele danno vita a Frumat, un tipo di fibra che trasforma i residui industriali biologici in materiale sostenibile senza ricorrere a processi chimici, producendo solo ciò che viene richiesto dai clienti per evitare sprechi, e riutilizzando sempre l’acqua impiegata nei vari procedimenti. Ne deriva la realizzazione di similpelle e carta che danno vita a prodotti di abbigliamento, accessori, calzature, design, rilegatura.
Dal riutilizzo degli scarti dell’industria vitivinicola, nasce Vegea, il cui nome è l’acronimo delle parole “vegan” e “gea” (madre terra). Si tratta di un’azienda italiana che collabora con le cantine nazionali per valorizzare i rifiuti del vino elaborandoli in un tipo di fibra che assomiglia alla pelle, priva di metalli pesanti e di solventi tossici. Le destinazioni sono svariate, dalla moda all’arredamento, passando per le finiture automobilistiche e per il packaging.

Fibre tessili derivate da zuccheri, dal cocco e dagli agrumi

Dalla fermentazione di zuccheri e microbi se ne ricavano fibre biologiche che sembrano seta, filati simili al cashmere, alla lana e alle pellicce. Sono tessuti dalle ridotte emissioni di gas serra, prodotti dallo stabilimento Spiber, con sede in Thailandia.
Nullarbor è il nome della fibra prodotta dagli scarti dell’industria del cocco, brevettata dalla startup australiana Nanollose. Si realizza un tipo di viscosa denominata tree-free, che non avvalendosi di vegetazione, utilizza i microbi che convertono i rifiuti in cellulosa microbica. È a basso impatto ambientale dal momento che usa pochissima terra, acqua ed energia.
A Catania sorge Orange Fiber, una fibra derivante dagli scarti agrumicoli di arance, limoni, mandarini e pompelmi, di cui in Italia ogni anno ne vengono prodotte oltre 700.000 tonnellate. Tale fibra si degrada in modo assolutamente ecologico, dando vita ad un prodotto di colore bianco, per cui viene evitato il candeggio preliminare alla tintura.

Le fibre tessili ricavate dalle alghe marine e dal Cactus Nopal

La fibra che si ricava dalle alghe marine è un tipo di fibra biodegradabile che dona la stessa sensazione di benessere che proviamo quando siamo immersi nell’acqua del mare. Questa fibra si chiama Seacell, e attiva la rigenerazione cellulare, aiutando a proteggere la pelle e ad alleviarne le malattie. Inoltre, è antiossidante, antinfiammatoria, rivitalizzante, neutralizza i radicali liberi fino al 90%.
Desserto è il nome della pelle estratta in Messico dal Cactus Nopal, e presentata alla Fiera internazionale Linea Pelle 2019. È morbida al tatto, derivata da piantagioni completamente biologiche perché non si avvalgono di erbicidi e pesticidi. Utilizza solamente acqua piovana e foglie già mature, le quali vengono essiccate al sole per ridurre il consumo di energia.

Fibre tessili di derivazione dalla bioingegneria

Bolt Threads è un’azienda californiana che ha dato origine a Microsilk. La fermentazione del lievito ha prodotto una tipologia di fibra biodegradabile, utilizzando delle proteine simili alla seta dei ragni e avvalendosi di scienziati esperti nella bioingegneria. La fibra Microsilk è morbida, elastica, dura nel tempo, resistente alla trazione e priva di ogm.