Dall’aristocrazia del capolavoro alla democrazia dell’ arte : da Andy Warhol a Pistoletto alla scoperta della Pop Art

Un saggio del Prof. Vittorio Maria De Bonis
0
389

Peculiarità distintiva e mitizzata del capolavoro d’ arte o presunto tale, dalla Nike di Samotracia alla Gioconda, dalla Fornarina di Raffaello alla Déjeuner sur l’herbe di Edouar Manet, fino a Guernica ed all’Urlo di Munch passando per la superba Saliera di Benvenuto Cellini, è la sua orgogliosa e spettacolarmente iconica Unicità, la sua preziosa irreplicabilità che la trasforma in oggetto di culto per intere generazioni d’esperti e di profani.

Circonfusa dall’aura pressoché sacrale della creazione irripetibile ed esclusiva, l’opera d’ arte in questione vive una propria esistenza autonoma nell’immaginario collettivo, inutilmente bramoso di poterla possedere eppure fatalmente soggiogato proprio da questa sublime impossibilità di possesso.

A questo eterno controsenso risponde con provocatoria genialità Andy Warhol, ribelle interprete di quella corrente d’origine statunitense che libera d’ogni aristocratica fruizione l’ arte trasformandola – in modo apparentemente profano e democratico – in autentico bene di consumo.

Tutti potranno avere il loro capolavoro di Andy – come chiunque potrà godere d’almeno un quarto d’ora di celebrità, secondo il celebre aforisma attribuito all’artista – e quelle opere non saranno più realizzate con laboriosa elaborazione di colori macinati secondo l’uso antico o ad olio come i moderni ma saranno serigrafie serializzate e violentemente colorate in grado d’apparir sicuramente popolari e sfrontatamente volgari nella loro ostentata banalità di fattura.

Anche se ben pochi – fra competenti e semplici appassionati – si renderà mai conto che le celebri sequenze diversamente colorate del volto di Liz Taylor come di Marylin Monroe, dai grandi occhi magnetici e bistrati, pur se mediate da celebri foto di scena delle dive in questione, hanno la loro origine nei volti delle Sante e dei Santi della tradizione ortodossa, come appaiono in sequenza su fondi oro, rossi, verdi ed azzurri nelle tipiche iconostasi di matrice bizantina, visti dal piccolo Andrew Warhol, figlio dell’operaio slovacco Ondrej Warhola, nella Chiesa ortodossa di Pittsburgh.

Con spirito meno sulfureo ma egualmente geniale, la controversa Venere degli Stracci di Michelangelo Pistoletto, icona della Pop Art italiana, fa piombare la sensuale Dea dell’Amore in un mondo sordido e imperfetto, prosaico e privo d’ogni lirismo poetico. Esiliata in terra dal natio Olimpo la dea non è più in marmo greco scintillante ma in umile cemento, e non volge più l’altero sguardo sugli imperfetti mortali ma è addossata ad un cumulo di stracci colorati e quasi arlecchineschi, perfetta metafora d’una contemporaneità senza illusioni e nobili certezze.

Celebrazione della democraticità della creazione artistica e insieme rimpianto d’un universo ormai remoto di valori condivisi e di salvifica Poesia, affermazione polemica della necessità d’una fruizione popolare e d’un accesso libero all’Arte ma nel contempo rimorso d’una mitologia di Perfezione estetica irreparabilmente perduta, la Pop art continua ad interrogarci sui valori eterni del mito di un’impossibile Bellezza.