La Fata Morgana dell’arte: il potere della neve da Brueghel a Monet

Un saggio del Prof. Vittorio Maria De Bonis
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Eternamente invocata all’inizio della stagione sciistica come fondamentale essenzialità per tutte le pratiche sportive montane ed altrettanto detestata nelle città quando – ridotta in sordida poltiglia – diventa più dannazione per il traffico che dono atmosferico, la Candida Signora del Cielo ha scatenato da sempre, nell’immaginario comune, moti e sentimenti contrastanti ma sempre d’immediata intensità.

Bollettini e reportage, ora trionfalistici ora allarmisti, folle di sciatori e tragiche slavine, centri urbani paralizzati e zuccherosi giochi di bambini, spot pubblicitari quasi ottocenteschi e jingle sempre eguali, in una sorta di tormentone fatale e pressoché immutabile ritmano da sempre i mesi invernali.

Ma forse solo il Passato, anche quello postindustriale a ben vedere, ha saputo davvero confrontarsi con tutte le segrete o palesi implicazioni della neve, autentica Fata Morgana del paesaggio, in grado di contraffare ed esaltare, spogliare e rivestire con ineffabile poesia anche la più torva periferia cittadina.

Durante il terribile inverno del 1564-65 che avvolse d’un manto di neve l’intera Europa, e rammentato dalle cronache d’allora come una sorta di spaventosa glaciazione, pur nell’inevitabile carestia che flagellò per interminabili mesi le terre del Nord, gli artisti più attenti alla quotidianità degli eventi atmosferici e alla loro resa pittorica – in particolare i Fiamminghi – seppero  vedere in quei paesaggi una sospesa metafora della fragile condizione umana ed insieme rappresentarono quel diffuso candore come un incanto dal quale fosse difficile distaccarsi senza stupore.

E nella spettacolare tavola Cacciatori nella neve conservata in quel tempio della Bellezza che è il Kunsthistorisches  Museum di Vienna, Pieter Brueghel il Vecchio offre allo spettatore – proprio nel freddo inverno del 1565 – una inusuale visione del potere della Neve che diventerà iconica e farà letteralmente scuola.

Ritmate dai tronchi spogli di quattro alberi in prospettiva, che guidano lo sguardo alla sottostante piana dominata dal verde-azzurro d’un vasto stagno ghiacciato gremito d’uomini, donne e bambini impegnati a pattinare ed a giocare – non perdetevi accanto all’argine tre figure che stanno giocando a Curling – tre cacciatori seguiti stancamente da una muta di segugi magri e frementi e con l’unico bottino d’una volpe appesa al bastone da ghiaccio nel cacciatore in primo piano, si dirigono lentamente verso il villaggio, in un silenzio ovattato rotto solo dal crepitare del falò alla loro sinistra, acceso per strinare un invisibile maiale appena ucciso.

Immagine simbolica dell’inverno ma anche della sovrana potenza d’una Natura sovente altera e matrigna, quasi indifferente – se non nemica – alla presenza umana, la magnifica creazione di Brueghel dispiega tutte le sfumature cromatiche possibili del manto nevoso, riportando con supremo virtuosismo l’autentica poesia del Bianco, significativamente interrotto – in alto – dalla freccia nera e bianca d’una gazza che sta lentamente planando sul paesaggio.

La stessa gazza che diventerà – in un inatteso cortocircuito della Storia della Pittura – protagonista lirica e sublime della tela epocale del 1869 di Claude Monet La Gazza custodita nel Musée d’Orsay di Parigi.   

Soggiogato ed incantato dal potere cromatico della neve, e dalle sfumature d’una resa autenticamente atmosferica di quella distesa – studiata sì dal Vero ma rielaborata in Studio – Monet seppe da vita e sentimento ad uno scorcio – ben altrimenti prosaico e per nulla memorabile – della campagna normanna attorno alla cittadina di Etretat, sospesa nell’imperturbabile silenzio d’un primo mattino d’inverno.

Come nella tavola di Brueghel, peraltro ben nota a Monet, l’artista adopera le traverse dell’umile cancello di legno che serra la staccionata all’antica fatta di fascine di legno intrecciato, come anche i tronchi dietro di essa, per sezionare il paesaggio e ritmare con le memorabili ombre color grigio e malva – autentica scoperta della stagione Impressionista – la candida distesa di neve che è tutto fuorché banalmente bianca ma accesa di tutta la gamma di Bianchi puri e miscelati della Storia della Pittura moderna.

Serrati nel tepore delle case, e protetti dalle lontane mura contadine color ocra chiarissimo, i lavoratori rurali brillano per la loro fatale assenza, e l’agile e raffinata Gazza – chiaramente ispirata ad analoghe composizioni delle adorate stampe giapponesi di Hokusai ed Hiroshige – si gode il suo solitario protagonismo, simile quasi ad un’aggraziata nota musicale su un rustico pentagramma. 

Palpitante e tattile, immoto e liricamente silente, dominato dalla grazia quasi femminile d’un piccolo uccello in veste optical il magnifico paesaggio invernale elaborato con evidente sapienza da Monet è il tema assoluto ed unico della sublime composizione impressionista, cancellando d’un colpo e definitivamente il mondo stantio e putrefatto dei Ritratti ufficiali di fine Ottocento, col solo potere d’una semplice Nevicata.    

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