In passerella, a Parigi, il new look di Christian Dior ed il fluo show di Saint Laurent

Paris Fashion Week FW 2019 2020
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E subito dopo Milano, eccoci entrare nel vivo delle sfilate parigine. Mode a Paris chiude il fashion month con l’attesa collezione di Christian Dior creata da Maria Grazia Chiuri, la nuova direzione artistica di Lanvin, i look impareggiabili di Anthony Vaccarello per Saint Laurent ed un giardino melanconico per Dries Van Noten.

 

Il primo giorno di sfilate parigine parte all’insegna del colore con la collezione autunno inverno 19/20 di Jacquemus. La palette vivace accompagna capi work, assolutamente wearable e che ben si prestano alla homepage di Instagram. Pantaloni sartoriali dalle linee comode e capispalla over con maxi pocket. Poi, gonne midi da portare con cuissards e maglieria dalla trama intrecciata. Il tutto reso un po’ grunge dall’oversize o dai maglioni scesi sulle spalle. Punte di animalier, tessuto che avanza e bottoni in un disordine/ordinato e sempre molto contemporaneo nelle linee. Ma ciò che davvero marca la differenza in questa collezione è l’uso degli accessori. Da quelli semplici ma efficaci, come le pumps con punta a mandorla, agli orecchini giant in plexi. Le borse? Enormi o microscopiche! Ci fa sorridere una micro-micro-bag, che potrebbe contenere solo una moneta da due euro! Adorabile nella sua totale inutilità!

Fra i fashion show più attesi di Paris Fashion Week vi è senza dubbio quello di Dior, con le creazioni di Maria Grazia Chiuri. Il front-row è gremito di celebrity: Eva Herzigova, Olivia Palermo, Jennifer Lawrence, nonché le top model Karlie Kloss e Cara Delevingne. A primo impatto, questa collezione ci rimanda subito al New Look di Christian Dior, con la sua silhouette anni ’50, ora resa attuale dal multilayer. L’essenza della collezione è proprio questa: outfit complessi e semplici allo stesso tempo. La sovrapposizione è d’obbligo, rende il look finale molto ricco. Body o camicia vanno con gonna, cintura alta in vita, cappotto o giacca. Tessuti invernali inseguono la primavera, dunque il tartan si porta con il tulle o il fishnet. Le cinture riprendono il design della Saddle Bag, ma di questa vi è quasi l’assenza, se non una variazione in denim. Potrebbe essere il primo segnale di declino per questa it-bag o continueremo ad indossarla? Noi vorremmo godercela ancora un po’, ma si sa… con le borse di tendenza è così “un giorno sono in, l’altro sono out” come dice sempre Heidi Klum. La maxi shopper Dior Book Tote rimane sulla cresta dell’onda, stavolta su tema check, accompagnata anche dalla Messenger Diorcamp. Vi è anche una new entry. Un modello compatto e geometrico, con logo CD frontale dall’hardware dorato. Due le versioni, una più quadrata, l’altra allungata in stile Baguette. Entrambe da portare con guitar strap decorata. Per cappelli e calzature, vale la regola ‘50s, ma tutte da portare con calzino. In passerella anche anfibi, ankle boots tartan e pumps bicolor ispirate allo stile gangster.

Grande attesa anche per la presentazione della nuova collezione di Saint Laurent, concepita da Anthony Vaccarello. Tema focale sono le spalle, gigantesche. Una donna che con le sue spalle possenti regge il peso dell’intero globo. Un concept che lascia spazio a più interpretazioni, ma ci piace pensare a questa donna come ad un’amazzone contemporanea, che veste i panni dell’uomo (da qui i tagli sartoriali maschili) ma con il doppio della forza (da qui la silhouette con spalle over). Vaccarello non rinuncia a quei canoni estetici che rendono forte la firma Saint Laurent: i mini dress sgarbatissimi e scollatissimi, la verticalizzazione della silhouette data dalle scollature a V, i blazer che diventano abiti o jumpsuit, gli hot pants, i monospalla dai volumi esagerati, il nude look, i fedora, il tulle ed i collant velati. Ci soffermiamo anche sulle giacche imperiali, qui ricamate con paillettes in un gioco black/gold sia barocco che rock’n’roll. A chiudere lo show, un momento di pura psichedelia: si abbassano le luci ed i capi diventano fluo. Spiccano le pumps in verde evidenziatore e rosso. I piumaggi e le trame animalier sono accecanti; i minidress monospalla in divertenti tinte neon quali verde acido, fucsia e arancione.

Lanvin… (sospiro). È così triste pensare che una maison storica come questa, sia finita nel dimenticatoio negli ultimi anni. L’addio di Alber Elbaz è stato molto significativo. Un grande designer il cui abbandono ha segnato l’inizio del declino del brand. Il lavoro di Olivier Lapidus, rimasto in carica per un anno, fino al Marzo 2018, non è servito a risollevarne le sorti. Durante questi mesi, la maison è rimasta senza guida, fino ad oggi, con la collezione di debutto del nuovo direttore creativo Bruno Sialelli. Lo stesso Sialelli che firmava le collezioni menswear di Loewe dal 2016. La domanda adesso è una: questa nuova direzione artistica riuscirà a cambiare le sorti di questo marchio? Riuscirà Sialelli ad essere “l’Alessandro Michele della situazione”? Facciamo questo paragone, perché all’epoca dell’ingresso di Michele, anche Gucci si trovava in declino. Scarso era l’interesse nei confronti del brand e le vendite colavano a picco. Michele ha fatto il boom, con una collezione che ha stravolto i canoni estetici finora legati alla doppia G, mentre, a prima vista, Sialelli è ancora indeciso sul da farsi. Questa collezione non è “forte”. Non forte abbastanza da riportare Lanvin sulla cresta dell’onda. Non forte abbastanza da definire un nuovo canone estetico ben delineato. Ci domandiamo anche, con un po’ di ironia, come mai per segnare la rinascita di un brand, abbia deciso di portare in passerella proprio il Medioevo. Forse non è esattamente di buon auspicio. Interessante il mix folk, ripreso dagli archivi della maison, come lo stesso Sialelli ha dichiarato in una recente intervista. E poi? Motivi grafici anni ’70, reverse a forma di cuore che ci rimandano all’estetica di Elbaz, abiti gipsy, qualche capospalla ben riuscito ed un po’ di tartan per stare in linea con i trend attuali. Non è sufficiente, ma forse dobbiamo aspettare le prossime collezioni per trarre le nostre conclusioni.

Dopo la collezione un po’ folle proposta da Maison Margiela per la primavera estate 2019, John Galliano fa un passo indietro e ritorna ad una sorta di rigore minimalista. Sono i capispalla a regnare, tutti con maniche extra-lunghe e quasi tutti in nero. Una donna per cui la seduzione è superflua, che lega i capelli ed esce senza trucco. C’è anche qualche taglio più azzardato, ma ciò che più ci piace è il bicolor del doppio petto con spalline marcate, che accosta il blu notte al nero. Wearable ed elegante. Un dark che diventa sofisticato mediante l’uso del blu e di un impeccabile taglio sartoriale che ben accompagna la silhouette. Certo, c’è anche qualcosa che non funziona proprio a dovere, come l’outfit in pelle che sembra un’accozzaglia di tessuto messo a casaccio, ma veniamo subito distratti da una stampa iper pop e colorata che introduce la parte più sperimentale del fashion show. Linee inusuali, spesse imbastiture a vista e forme a uovo. Tutte le modelle indossano delle Mary Jane bold in stile bambola vintage,  da portare con calzini color carne.

È la malinconica melodia di “Crying”, brano del grande Roy Orbison, ad accompagnare le uscite in passerella di Dries Van Noten. Dopo una serie di capi sartoriali in total-grey, sbocciano i primi fiori della collezione. Gli elementi floreali, che da sempre contraddistinguono l’estetica del brand, sono stavolta presi dal vivo, dal giardino dello stesso designer. In una recente intervista, Van Noten, ha svelato di aver fotografato i fiori del suo giardino di casa e di aver impresso quelle immagini sui tessuti, con tutte le loro imperfezioni. Perfino le ombre sono lasciate lì dove la foto le ritraeva. Di pezzi belli, ce ne sono tanti. Prima, il trench in vinile attraversato da rose fucsia, poi il soprabito fluido in lavanda, dalla cui spalla scendono fiori gialli, tipicamente autunnali. Questa idea della stampa viva impressa, funziona parecchio sugli stivali in velluto, che abbiamo trovato spettacolari, un po’ meno le ombre si sposano ai tessuti, facendoli apparire come macchiati. Un altro pezzo chiave della collezione, davvero degno di nota, è la gonna midi jacquard con l’orlo che segue il disegno delle foglie. Una soluzione che, però, sulla camicia non si rivela altrettanto vincente. Qualche no, qualche si. Non è di certo fra le sue performance più memorabili, ma Dries Van Noten saprà senz’altro come riscattarsi nel futuro. Per ora lo lasciamo un tantino depresso ad ascoltare Roy Orbison nel giardino di casa sua.

Da Courrèges, arriva la seconda collezione concepita da Yolanda Zobel, vagamente ispirata alla visione futuristica degli anni ’60. Molto bianco, dunque, ad aprire il fashion show, con oblò sui capispalla e sugli abiti smanicati. Anche le modelle portano un make up ‘60s, fatto di ciglia inferiori particolarmente segnate. Un drama look che abbiamo visto che da Dior. Ed ancora, sempre dalla stessa ispirazione, gli ankle boots dalla punta arrotondata, i collant a scacchi e la pelle argentata effetto metallizzato. Ripresa dagli archivi è la giacca in vinile, ma poi il fashion show si sposta in tutt’altra direzione, con grafiche poco attraenti, sempre attraversate dagli oblò. Insomma, tutto lasciava presagire bene, ma la designer si è persa proprio nella parte migliore.